Kering Foundation e la Maison des femmes: un impegno che diventa un film

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    04 marzo 2026

    Kering Foundation e la Maison des femmes: un impegno che diventa un film

    In occasione dell’uscita del film La Maison des femmes, sostenuto da Kering Foundation, la dottoressa Ghada Hatem-Gantzer ripercorre dieci anni di impegno al fianco delle donne vittime di violenza. Fondatrice della Maison des femmes di Saint-Denis, divenuta un modello riconosciuto di assistenza multidisciplinare, racconta la nascita e lo sviluppo di questo progetto pionieristico e il modo in cui il film ne amplifica oggi la portata.  

    Com’è nata l’idea della Maison des femmes?

    La Maison des femmes non è nata da una rivelazione improvvisa, ma da una convinzione maturata nel corso delle mie consultazioni: le violenze contro le donne sono ovunque, in tutti gli ambienti, e hanno un impatto rilevante sulla salute, in particolare su quella psicologica.

    Questa consapevolezza si è ulteriormente rafforzata quando lavoravo a Saint-Denis, dove la violenza si sommava alla precarietà, all’insicurezza amministrativa o a situazioni di controllo all’interno della coppia.

    Ho allora avvertito la necessità di un luogo in cui le donne potessero arrivare liberamente, in fiducia, condividere ciò che subiscono, chiedere aiuto e riflettere insieme su ciò di cui hanno davvero bisogno. Questa visione si è definita progressivamente, attraverso riflessioni e ricerche. 

    Quale visione della cura desiderava portare attraverso questo luogo? 

    L’idea era rompere con un modello di assistenza frammentato. La violenza disorganizza tutto: il corpo, la mente, il rapporto con il tempo e con le cure. Lascia le donne in uno stato di panico permanente, rende difficile qualsiasi continuità medica.  

    Ho quindi voluto costruire un percorso di cura globale, capace di rispondere all’insieme di questi squilibri.  

    Il team della Maison des femmes di Saint-Denis

    In concreto, si inizia quasi sempre dalla salute psicologica, perché il trauma è centrale. Successivamente ci si occupa della salute somatica, spesso trascurata, e della sfera intima, con infermiere, fisioterapiste o sessuologhe. Il percorso integra anche un accompagnamento sociale, poiché molte donne non conoscono i propri diritti.

    Nel tempo, il percorso di assistenza si è arricchito con gruppi di parola per rompere l’isolamento e con laboratori di yoga, arteterapia o giardinaggio per riconnettersi con sé stesse. Infine, quando possibile, si avvia un percorso con la polizia e con il sistema giudiziario, per accompagnare chi desidera intraprendere azioni legali.  

    La violenza disorganizza tutto. La Maison des femmes risponde con un percorso di cura globale. 

    Qual è stata la sfida più grande nel dare vita alla Maison des femmes? 

    Sono state due. La prima, molto concreta: in ospedale non c’era spazio per questo luogo. Perché potesse esistere, bisognava costruire un edificio, il che ha subito posto una sfida finanziaria importante. Il progetto non rientrava in alcuna categoria prestabilita: è stato necessario convincere, reperire fondi e avanzare senza un modello di riferimento.

    La seconda sfida, tuttora presente, è quella della sostenibilità nel tempo. Garantirla significa innanzitutto assicurare finanziamenti affinché il luogo possa continuare a vivere, ma anche formare una nuova generazione capace di raccogliere il testimone e portare avanti strutture di questo tipo nel lungo periodo. 

    Ghada Hatem-Gantzer e François-Henri Pinault al Gala di Kering Foundation nel 2025

    Quale ruolo ha avuto Kering Foundation in questa avventura? 

    Per passare dall’idea al luogo servivano risorse finanziarie. È in quel momento che ho incontrato Céline Bonnaire: è venuta a vedere, a comprendere il progetto, e ci ha creduto. Successivamente, François-Henri Pinault se ne è fatto promotore insieme al consiglio di amministrazione della Fondazione. Il primo sostegno finanziario di Kering, nel 2014, è stato decisivo perché ha reso la Maison des femmes una realtà concreta.

    Il progetto è così diventato più ascoltato e credibile: quando una figura come François-Henri Pinault afferma pubblicamente che un’iniziativa ha senso, le porte si aprono più facilmente. La Maison des femmes di Saint-Denis ha potuto così vedere la luce nel luglio 2016.

    Questo sostegno si è poi consolidato nel tempo, permettendo l’estensione della Maison des femmes, l’assunzione di nuovi professionisti e lo sviluppo di progetti strutturanti: nel 2019 un percorso dedicato alle vittime di incesto, ben prima che il tema emergesse nello spazio pubblico; poi Mon Palier, nel 2021, un dispositivo di accoglienza e accompagnamento per giovani donne vittime di violenza, pensato per sostenerle nel percorso di ricostruzione e nel recupero dell’autonomia.  

    Un altro momento decisivo è arrivato durante il Forum Génération Égalité del 2021, con l’annuncio da parte di François-Henri Pinault di un impegno di 5 milioni di euro da parte di Kering Foundation per la duplicazione del modello. In quell’istante ho compreso che la visione iniziale poteva trasformarsi in un movimento. 

    Dieci anni dopo l’apertura della Maison des femmes di Saint-Denis, come considera il percorso compiuto? 

    Mi rendo conto di quanto questa avventura abbia superato tutto ciò che avevo immaginato. La Maison des femmes di Saint-Denis è stata riconosciuta dalle istituzioni come un modello necessario e replicabile. Ha contribuito a far evolvere le politiche pubbliche e le raccomandazioni dell’Alta Autorità per la Salute, portando alla creazione di una Missione di interesse generale che oggi consente di finanziare in modo duraturo le strutture dedicate alla lotta contro la violenza.  

    Oggi esistono 34 Maison des femmes in Francia e a livello internazionale, e l’espressione è entrata nel linguaggio corrente.  

    Infine, è arrivato il film, che non avevo affatto previsto, e l’accoglienza del pubblico durante la tournée di anteprime mi ha profondamente colpita.  

     

    Ciò che era una visione è diventato un movimento.  

    Qual è stata la sua prima reazione all’idea del film? 

    All’inizio ho provato molta esitazione e apprensione, non solo all’idea di espormi, ma soprattutto per il timore che il film potesse tradire la realtà vissuta dalle donne e il senso stesso del nostro lavoro.

    La regista, Mélisa Godet, ha dimostrato grande pazienza e sensibilità: è venuta sul posto, ha osservato, prendendosi il tempo necessario per comprendere. Abbiamo lavorato a lungo insieme sulla sceneggiatura, con un’attenzione costante all’accuratezza, al reale e a ciò che poteva essere mostrato senza scivolare nel voyeurismo.  

    Quando ho visto il film, ho provato un profondo sollievo e sono rimasta colpita dalla sua dimensione corale, al tempo stesso pudica, rispettosa e profondamente umana. Mélisa è riuscita a intrecciare gravità, umorismo ed emozione con rara finezza. 

     

    Il film è accurato, pudico e profondamente umano, e trasmette un messaggio potente sulla solidarietà. Mostra come la fiducia renda questo lavoro sostenibile. 

    Che cosa rivela il film del lavoro dei professionisti sanitari e del loro impegno? 

    Racconta una quotidianità fatta di vincoli, stanchezza e interrogativi etici, ma anche quella costante permeabilità tra vita professionale e personale tipica delle professioni sanitarie.

    È probabilmente per questo che i professionisti sanitari vi si riconoscono così profondamente. Non solo quelli della Maison des femmes: operatori sanitari che non vi hanno mai lavorato mi hanno detto “state parlando di noi”. Il film restituisce infatti l’immagine di un lavoro universale, che va oltre la sola questione della violenza.

    Ricorda anche un aspetto essenziale: curare non si riduce a gesti tecnici. Curare significa ascoltare, accompagnare, esserci. Un impegno in grado di cambiare davvero una vita e di alimentare, in chi cura, un profondo senso di utilità.

    Infine, il film trasmette un messaggio molto forte sulla solidarietà: mostra come la fiducia renda questo lavoro sostenibile e come la capacità di sorridere, talvolta anche di fronte a situazioni estremamente difficili, permetta di andare avanti, insieme. 

    Sally, Mélisa Godet, Karin Viard and Ghada Hatem durante un talk organizzato presso la sede di Kering prima dell’uscita del film

    Che cosa le piacerebbe che il pubblico comprendesse o portasse con sé? 

    Con questo film, mi piacerebbe che si prendesse coscienza dell’enorme lavoro svolto dal personale sanitario, ben oltre le Maison des femmes. Il nostro sistema sanitario si fonda su una moltitudine di persone spesso invisibili, poco riconosciute eppure indispensabili.

    Vorrei anche che emergesse con chiarezza come la violenza non riguardi “casi isolati”, ma attraversi l’intera società. In fondo, se il film riuscirà a suscitare il desiderio di ascoltare, tendere una mano o agire, ciascuno nel proprio piccolo, avrà compiuto una missione fondamentale. 

    E per le donne vittime di violenza? 

    Questo film può aiutarle a comprendere che ciò che vivono non è normale, né accettabile, né legale e, soprattutto, che non è una fatalità.  

    Mostra che è possibile uscirne, che esistono persone e strutture pronte ad aiutare. In questo senso, il film può aprire nuove prospettive e talvolta rappresentare il primo passo verso un cambiamento. 

    Per concludere, quale messaggio desidera trasmettere oggi? 

    Ora che sappiamo davvero cosa vivono le vittime di violenza, non bisogna voltarsi dall’altra parte, ma tendere la mano.  

    2016

    apertura della Maison des femmes di Saint-Denis, con il sostegno di Kering Foundation

    5 milioni di euro

    impegnati da Kering Foundation nel 2021 per sostenere la creazione di 15 Maison des femmes in Francia

    34

    Maison des femmes certificate dal Collectif Re#start, in Francia e a livello internazionale (Bruxelles, Città del Messico, Saint-Martin)

    17.000

    donne accompagnate ogni anno

    Re#start

    Creato su iniziativa di Ghada Hatem-Gantzer nel 2021, il Collectif Re#start riunisce le strutture organizzate sul modello della Maison des femmes di Saint-Denis. Ne accompagna la diffusione, favorisce la condivisione delle pratiche e garantisce un quadro comune di rigore e qualità nella presa in carico delle donne vittime di violenza.

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